La mia Pioltello nell’ora del dolore e della solidarietà

Pioltello è casa mia. Uno lo dà quasi per scontato, in fondo non ci pensa, poi sente tutto ad un tratto cosa vuol dire “casa mia”. Come ieri a Roma quando scesa dall’aereo, io che prendo sempre il treno, e acceso il cellulare ho visto le notizie dell’incidente appena avvenuto. E sono tornata subito a casa. A Pioltello. A casa mia appunto. Perché la senti immediatamente la tua comunità coinvolta e toccata, pronta ad aiutare e a intervenire e se te ne senti parte sai dove deve essere il tuo posto. Quando sono arrivata il clima era proprio questo.

Le immagini, lo dico subito, non danno l’idea di cosa sia realmente successo: quei convogli davanti ai miei occhi sembravano plastilina malleabile e non lamiere, tanto l’impatto aveva fatto cambiare loro la forma. Vagoni accartocciati, ripiegati, squartati uno dentro l’altro, vagoni che conosco bene: Trenord su cui viaggio almeno due volte a settimana da cinque anni a questa parte, tutte le volte che ne prendo uno la mattina presto per andare alla stazione centrale o la sera per tornare a casa dalle mie figlie e da mio marito. Stessa linea, non stessa tratta, ma poco importa: i pendolari sono tutti pendolari, con la borsa spesso sulle ginocchia se riescono a sedersi e il tentativo di guadagnare qualche minuto di sonno, o qualche centimetro di spazio se sono in piedi, assorti nei loro pensieri nell’attesa della fermata successiva. Era un treno di pendolari quello deragliato a 300 metri da casa mia, erano pendolari le tre donne che ieri sera a casa non sono più tornate. È un incidente che riguarda lavoratori e studenti e Il fatto che  sia capitato in luoghi familiari che conosco così bene, mi stordisce ancora di più perché restituisce un doloroso e primitivo senso di appartenenza che a tratti toglie il fiato.

Perché poi conosci tutti e incroci il tuo sguardo con quello dei soccorritori che chiami per nome, Claudio, Rocco, Antonella, e in quelli che non conosci ti riconosci comunque. Straordinario, lasciatemelo dire, è stato proprio il lavoro dei soccorsi di ieri. Forze dell’ordine, vigili del fuoco, medici e paramedici, protezione civile, sindaci, amministratori e semplicissimi cittadini volontari: tanti volti per un’unica azione coordinata alla perfezione e nell’ordine se è vero, come posso testimoniare, che alle 11,30 non c’erano già più persone neppure nelle palestre allestite al volo per dare il primo soccorso ai non feriti mentre gli altri venivano distribuiti in tutti gli ospedali della zona con protocolli precisi che hanno liberato le strade per dare le priorità.

Prendersi cura: che si trattasse di un supporto psicologico, fornito da un valido team abituato alle emergenze, o di una bevanda calda servita da don Marco Taglioretti che a Pioltello, Limito per la precisione, è arrivato da pochissimo, e che si è adoperato immediatamente tra litri di tè e caffè e soprattutto di conforto. E in mezzo al dolore e all’incredulità, allo spavento e anche alla rabbia, quello che poi prevale è fortunatamente un Paese che dimostra di essere migliore di chi si candida a guidarlo utilizzando le tragedie come spot elettorale per raccattare qualche voto in più, come ha fatto qualcuno ieri mattina, a ridosso della notizia, mentre c’erano ancora persone prigioniere tra le lamiere. C’è un Paese che sa essere solidale e organizzato e che dimostra nei momenti più difficili cosa significhi la parola comunità. Oltre i campanili e i confini di territorialità. A Pioltello ieri eravamo semplicemente tutti insieme.

L’inchiesta farà il suo corso e le responsabilità verranno accertate. Per noi adesso è l’ora del rispetto, dell’umanità, del ringraziamento e della riconoscenza.

 

Articolo di Democratica del 26/01/2018