Quale futuro per le politiche educative?

Intervista di “Tuttoscuola” (numero 576, Novembre 2017) a Simona Malpezzi:
L’onorevole Simona Malpezzi, classe 1972, laureata in lettere moderne presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, docente, ha insegnato anche lingua e cultura italiana presso la Volkshochschule di Aschaffenburg, in Baviera. Dal 2013 è parlamentare del Partito Democratico, componente della Commissione “Cultura, scienza e istruzione”, nonché membro della Commissione Bicamerale “Infanzia e adolescenza”. Dal luglio2017 è responsabile del Dipartimento Scuola del Partito Democratico.
La ministra della Pubblica istruzione, Valeria Fedeli, ha lanciato la propostadi ridurre a quattro anni la scuola superiore, in sintonia con la vecchia ipotesi, lanciata a suo tempo dal ministro Luigi Berlinguer, per completare il ciclo a 18 anni. Come si concilia questa proposta che, in qualche modo, potrebbe sconfessare la Buona Scuola? Qual è la posizione del Pd in merito?
Si tratta di una sperimentazione che riguarda 100 scuole e che cerca di fare tesoro delle esperienze già in atto. Cento scuole sono un numero marginale ma che consente di trarre dei risultati attendibili che nel 2023 saranno discussi con i rappresentanti del mondo della scuola e, quindi, non si sta procedendo a nessuna riforma calata dall’alto ma a una sperimentazione come se ne fanno molte.La nostra riflessione non dovrebbe soffermarsi esclusivamente sulla domanda se è corretto o meno adeguarsi a uno standard europeo (anche se non è l’unico) che prevede che i ragazzi escano a 18 anni da scuola invece che a 19. Tra l’altro il dibattito su un tema come la riorganizzazione della scuola si sta prestando ad analisi troppo semplicistiche che impediscono di avviare un ragionamento, a mio avviso necessario:  in quale direzione si deve andare per rinnovare e migliorare il nostro sistema scolastico da un punto di vista organizzativo, metodologico e didattico. Sbaglia, in questo senso, sia chi riduce ogni tentativo di sperimentazione a un taglio di risorse o docenti, sia che spinge per l’innovazione tout court senza riflettere sul modo migliore e più adatto per farlo. Ma non possiamo avere paura di discuterne.

Quindi, aspettiamo di verificare gli esiti di queste prime sperimentazioni ma, nel frattempo, avviamo un grande dibattito pubblico con il mondo della scuola sul suo futuro.  Dopo il tentativo di Berlinguer, non abbiamo più affrontato in modo organico il tema cicli, perché troppo spesso la scuola è diventata terreno di scontro e propaganda e questo ha impedito che si discutesse di un progetto di riforma di lungo periodo. Per questo, credo che dovremmo avviare -senza paura- una riflessione sui cicli in una visione unitaria che parta dalla scuola dell’infanzia e arrivi a quella del secondo ciclo. Questo è un passaggio inevitabile che va fatto con grande attenzione, un approccio pedagogico serio e il coinvolgimento del mondo della scuola nell’ambito di un quadro di reale ed efficace rafforzamento dell’autonomia scolastica. La posizione del Pd è questa. Siamo convinti che la scuola vada accompagnata e sostenuta di fronte ai cambiamenti che il mondo sta affrontando.

Pensare a cicli diversi non sconfessa la buona scuola ma si inserisce proprio nel solco del rinnovamento che abbiamo proposto in questi anni.

Nel mondo globalizzato dovrebbe trovare spazio l’Educazione Finanziaria, anche per evitare che i risparmiatori diventino vittime, come è emerso nei casi delle banche fallite negli ultimi anni…
Il dibattito sul futuro delle politiche educative si articola principalmente su una domanda: quali sono gli strumenti migliori per adattare i nostri sistemi di istruzione e formazione alle nuove esigenze della società. Oggi il tema non è semplicemente quello di introdurre nuove discipline.
Il punto cruciale è quello delle competenze; la questione fondamentale del cosa e del come imparare richiede un approccio diverso. Quindi credo si debba lavorare per migliorare la qualità delle abilità dei ragazzi, integrando le nuove competenze (soft skills) nei curricoli.
Credo fermamente che imparare per competenze trasversali possa favorire gli indispensabili processi di innovazione e di cambiamento e che sia necessario imparare ad utilizzare competenze disciplinari per risolvere questioni trasversali.Ma questo, come dicevo prima impone una riflessione articolata e non ideologica sull’organizzazione della scuola. Inoltre, se vogliamo garantire ai ragazzi nuovi percorsi di conoscenza, dobbiamo fare in modo che i percorsi di aggiornamento e formazione dei docenti, siano in grado di fornire strumenti adeguati alle nuove competenze.  Da questo punto di vista un primo passo è stato computo con il Piano Nazionale di Formazione.

Le aziende diventano anche fucine pergli studenti in alternanza Scuola lavoro: quali sono gli indirizzi del Pd per rendere più efficace questo nuovo strumento curriculare?
Prima cosa che è sempre bene ribadire: l’alternanza non è un contratto di lavoro, ha una finalità esclusivamente formativa ed è una metodologia didattica per fornire ai ragazzi le conoscenze di base e le competenze necessarie per inserirsi nel mercato del lavoro.
In questo senso si differenzia dall’apprendistato e non rientra nel modello previsto dal sistema duale. Vogliamo  che i ragazzi possano cominciare a fare delle esperienze formative fuori dal contesto scolastico per allargare i loro orizzonti e rendere più completo il percorso formativo. E’ un’esperienza che permette agli studenti di sviluppare competenze fondamentali tra cui l’abilità nella comunicazione, il problem solving, il senso di responsabilità, il lavoro in gruppo. E’ un dato di fatto che nel nostro Paese vi sia un profondo scollamento tra il mondo della scuola e quello del lavoro. Questo è un tentativo di offrire delle risposte.
L’alternanza ha coinvolto 1 milione e mezzo di studenti e quindi è evidente che vi siano state esperienze assai diverse tra loro e che tutto non abbia funzionato come avrebbe dovuto ma questo non deve spingerci a sconfessare un modello che, quando funziona, (e funziona!) offre risposte straordinarie. Le brutte esperienze sono state molte meno di quanto si creda e noi abbiamo chiesto ai ragazzi e alle famiglie di segnalarle e, nel frattempo, il MIUR ha avviato una seria e articolata fase di monitoraggio.  Le strutture ospitanti devono documentare di essere in grado di accogliere i ragazzi nel percorso di formazione dando indicazioni precise rispetto agli obiettivi da raggiungere e agi strumenti per farlo. E per realizzare questo obiettivo abbiamo stanziato ulteriori 26 milioni di euro per il prossimo triennio proprio per favorire l’incontro tra scuole e imprese puntando su percorsi formativi di qualità e semplificando gli adempimenti burocratici, dal supporto al tutor aziendale alla corretta attuazione delle normative su salute e sicurezza, fino ad arrivare alla valutazione delle competenze acquisite. Inoltre, il Consiglio di Stato ha approvato il regolamento che indica diritti e doveri degli studenti impegnati nei percorsi di formazione e questo è uno strumento che darà ai ragazzi la possibilità di esprimere una valutazione sull’efficacia e sulla coerenza dei percorsi che affrontano anche in relazione al loro percorso di studi, garantendo il diritto a un’informazione chiara, trasparente e puntuale sulle attività che andranno a svolgere.
Il Miur sta anche lavorando sulla costruzione di una piattaforma informatica che renderà operativa la Carta, consentendo alle istituzioni scolastiche di gestire i propri percorsi di Alternanza, facendo incontrare le richieste delle scuole con le offerte di imprese, enti, istituzioni pubbliche che si mettono a disposizione e in ogni regione nascerà una Commissione che vigilerà sul rispetto delle regole previste.Non dobbiamo tornare indietro ma lavorare sul rafforzamento dell’alleanza tra scuole e imprese, garantendo incentivi alle strutture ospitanti e mettendo in rete le buone pratiche per fare in modo che le esperienze positive facciano “da traino” a quelle che faticano di più.